Pontificia Facoltà Teologica
dell'Italia Meridionale
Istituto Superiore di
Scienze Religiose
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Logos e Cultura

 Collana diretta da Antonio Foderarocopertinasacerdosinaeternum

 

 

Sacerdos in aeternum


Studi in onore di S.E. Mons. Vittorio Mondello
nel cinquantesimo anniversario della sua
Ordinazione Presbiteriale


A cura di
Antonio Foderaro e Pietro Sergi

Prefazione di
S.E. Mons. Santo Marcianò
 

Introduzione


"Sacerdos in aeternum". La tradizione cristiana sintetizza in queste parole la grandezza del ministero sacerdotale, collegandolo alla perenne dimensione di Dio.
Ma dove si colloca in realtà questaeternità e che cosa si richiede ad un sacerdote?
Chi è il presbitero? "Un uomo, un credente, un servitore". Con queste parole S.E. mons. Vittorio Mondello ha offerto nell'omelia del Giovedì Santo 2010 al suo presbiterio diocesano un identikit del presbitero nella riflessione preziosa e incisiva che ha avuto a tema "il problema pastorale della vita e della presenza della vita del sacerdote stesso" in un tempo così complesso e problematico come quello che stiamo vivendo.
Il vescovo parlava del presbitero come di "un uomo scelto da Dio in mezzo agli uomini, e non tra gli angeli, per mandarlo alla Comunità ecclesiale ed al mondo intero". Ma è un uomo perché capace di lealtà, di intelligenza delle cose, di semplicità e non di doppiezza, è un uomo perché educa la sua umanità sul modella dell'umanità compiuta che il Verbo di Dio ha assunto e ha manifestato tra noi, Egli che non considerò un tesoro geloso l'essere Dio, ma spoglio se stesso. Il Vescovo parlava della fede del prete, del suo incontro con Cristo che sempre deve rinnovarsi, del rapporto costante con Gesù Eucaristia. Ha parlato di servizio generoso e di dedizione totale.
Tale riflessione ha inciso ancor di più in quanto si inquadra nel grande contesto della celebrazione dell'Anno Sacerdotale, che papa Benedetto XVI ha indetto nel 150° anniversario della morte del Santo Curato d'Ars e consente di proseguire quel cammino di approfondimento, mai del tutto compiuto, dell'ideale di vita del presbitero e del misterioso dono che è il presbiterato e  che il Vescovo ha  perseguito  nella sua personale  esperienza.  Essa  si  pone  come grande provocazione e indica con  chiarezza una strada, ma anche descrive l'espressione di una convinzione profonda maturata nella riflessione personale e nella vita di presbitero. È  come se ai suoi presbiteri egli abbia consegnato un metodo sicuro che chiarisca ancora una volta le esigenze del ministero, perché esso possa essere fruttuoso e solido in tempi di forte fluttuazione, di relativismo e di miserie morali.
Essa  assume  una  particolare  forza  ed  una  coloritura  specifica nel contesto descritto, in forza del fatto che il 21 giugno 2010 ricorre il felice evento del Giubileo Sacerdotale di mons. Mondello, un Giubileo ricco di frutti profusi in diversi contesti, a Messina, sua diocesi d'origine e poi nell'esercizio del ministero episcopale a Caltagirone e a Reggio Calabria-Bova. Ogni situazione e ogni storia assunta e vissuta dal di dentro del cuore sacerdotale di mons. Mondello ha reso unico e originale il suo sacerdozio e ha consentito quel tratto inconfondibile fatto di vicinanza alle situazioni, di concretezza, di comprensione paterna e di misericordia.
È  una  stima  nella  grandezza  della  figura  del  presbitero  che  è documentata  dai  fatti,  dall'insegnamento  e  dal  costante  richiamo
alla testimonianza, e che trova un riscontro nelle parole infuocate del Curato d'Ars: "Senza il sacerdote la morte e la passione di Nostro  Signore  non  servirebbero  a  nulla!".  Nella  coscienza  del  fatto che il prete è un uomo scelto da Dio in mezzo agli altri uomini per essere strumento di comunione e di misericordia, sembra quasi di scorgere la "durata" del lungo itinerario che costituisce tutta la vita del presbitero, nel quale egli poco a poco accoglie in sé le dimensioni stesse del cuore di Cristo, i suoi pensieri, il suo modo di guardare le cose e le persone, di valorizzare ogni valorizzabile, di dare dignità e di rivestire ogni particolare di Eternità, sacerdote in eterno, sacerdote dell'Eterno, sacerdote perché l'Eterno irrighi il tempo degli uomini e lo faccia fiorire.
È alla luce di questi intendimenti che trova la sua collocazione, quasi volendo fare eco a quanto il Vescovo ha detto, come risposta alla Sua preoccupazione e alla Sua indomita  passione, il tentativo che l'ISSR e l'ITRC hanno svolto nella produzione del presente volume, che costituisce un'offerta al Vescovo, con la gratitudine di chi ha riconosciuto nel suo ministero la voce del Buon Pastore che per il suo gregge dona la vita.
Gli studiosi delle due Istituzioni Accademiche Diocesane hanno riletto da diverse prospettive teologiche la figura del presbitero, considerandone nei vari contribuiti scientifici le peculiari sfaccettature.
Nella  prima  parte  viene  esaminata  l'identità  del  presbitero nella    Tradizione  della  Chiesa.  Partendo  da  una  riflessione  che guarda  alla  tradizione  patristica  nella  dimensione  del  sacerdote ministro della parola, il secondo studio ci introduce alla dimensione cristologica del ministero sacerdotale. Il percorso di questa prima parte si conclude con una riflessione sulla comprensione teologica dell'identità presbiterale.
La seconda, invece, si interroga su quale prete per il futuro, ponendo l'accento sul delicato problema della formazione dei presbiteri cogliendo nei tre fondamentali aspetti umano, spirituale e culturale i punti nodali per la costruzione di possibili percorsi formativi che tengano conto delle nuove generazioni di chierici che entrano nei seminari e delle prospettive di una "nuova" vita presbiterale.
Quindi viene fatta una disamina di alcune caratteristiche della vita  sacerdotale  (aspetto  giuridico,  pastorale,  liturgico,  mariano), che nella loro apparente marginalità si rivelano fondamentali e fondanti di una spiritualità che risponda alle emergenze del presbitero.
In conclusione uno studio è riservato in maniera specifica al magistero di mons. Mondello.
Questo  volume  inaugura  anche  la  collana  "Logos  e  Cultura" che i due Istituti hanno voluto costituire per favorire la produzione scientifica del loro corpo accademico.
                                                                                                                                            Antonio Foderaro e Pietro Sergi

 

 

 


 

                                                                                                       CopertinaFerrato3

 

 La tutela della
 "buona fama ac intimitas personae"   
                                                   
nell'ordinamento canonico vigente
Evoluzione normativa e giurisprudenziale
Profili civilistici
 

di Annarita Ferrato

 

 

 

Introduzione
 La persona umana può essere definita contemporaneamente come coscienza di incomunicabilità e di capacità di comunicazione, di intimità e di apertura; da nessuna di queste dimensioni si può prescindere senza che si abbia l’annullamento della persona stessa(1) .

Proprio in un mondo come il nostro, dove le possibilità di invasione della vita  privata, di interferenza nelle  comunicazioni personali, sono talmente potenti ed alla portata di chiunque, aumenta, di conseguenza, la necessità di proteggere tutti quegli ambiti della personalità che integrano il concetto di intimità. Pertanto,

 “da una formulazione eminentemente difensiva dell’intimità, si procede attualmente verso una dimensione istituzionale e attiva, impedendo particolarmente allo Stato ed al potere pubblico di interferire, quando non è strettamente necessario, nei rapporti intimi personali, nelle libertà individuali oppure nelle scelte personali attinenti la vita individuale, associativa o familiare”(2)

 

È a tutti evidente come la tecnologia odierna permetta di esercitare un enorme potere, pur restando chiusi tra quattro mura, nella propria fortezza elettronica. La tecnologia dell’informazione permette di conoscere ed elaborare con relativa facilità le scelte di ciascuno.

 “La tecnologia contribuisce a far nascere una sfera privata più ricca, ma più fragile, sempre  più esposta ad  insidie:  da  questo  deriva  la necessità di un continuo rafforzamento della protezione giuridica, di un allargamento delle frontiere del diritto alla privacy”(3)

 Il diritto alla privacy nasce, pertanto, come istanza di tutela della sfera intima della persona, in particolare come istanza dei personaggi più in vista. Nel tempo, poi, anche le persone comuni hanno rivendicato gelosamente una tutela della propria sfera privata. In considerazione dell’attualità e delle problematiche che pone il diritto alla intimità, si è inteso esaminare la disciplina di tale diritto  nell’ordinamento  della  Chiesa  e  nell’ordinamento  dello Stato italiano.

Il can. 220 del Codice di Diritto Canonico del 1983 recita:

“Neminem  licet  bonam  famam,  quia  quis  gaudet,  illegittime  laedere, nec ius cuiusque personae ad propriam intimitatem tuendam violare”.

Questa formulazione afferma con forza il diritto non soltanto alla bona fama ma anche alla tutela della propria riservatezza.

Il canone rientra nel gruppo di norme contenenti obblighi e diritti di tutti i fedeli, la cui titolarità deriva all’uomo dall’incorporazione a Cristo mediante il battesimo il quale lo costituisce “persona” nella Chiesa. Tuttavia, all’interno di questo catalogo ci sono alcuni diritti che competono all’uomo in quanto tale, diritti che discendono dallo stesso ius naturale; tra di essi si rinviene appunto il diritto alla intimità ed alla buona fama.

Se nell’ordinamento statuale l’intimità personale è l’istituto che con ogni probabilità più di altri segna il confine tra sfera pubblica e sfera privata, perché ha lo scopo di custodire proprio la sfera interiore e personale dell’uomo, nel diritto canonico il dovere di rispettare l’altrui riservatezza assume l’ulteriore valenza di essere strumentale alla salus animarum, dal momento che

 “ciascun battezzato ha lo specifico diritto a vivere il suo rapporto con Cristo senza indebite interferenze non solo dei fratelli di fede ma della stessa autorità ecclesiastica”(4)

Seppur con uno sguardo più approfondito sul diritto all’intimità in particolari settori, non si dimentica mai lo stretto rapporto esistente tra l’intimità e la buona fama della persona, poiché entrambe fanno riferimento ad una dimensione che coinvolge il mondo interiore dell’uomo, sia nella sua manifestazione esterna (buona fama), sia nella sua dimensione interna o di coscienza (intimità).

Ciò giustifica la linea espositiva prescelta: dopo aver definito il diritto soggettivo, i diritti soggettivi del Popolo di Dio e la loro tutela, si esamina la disciplina del diritto alla intimità – ed anche alla buona fama – nel periodo che precede il nuovo Codice e nel CIC 1983 e nel CCEO, con uno sguardo, altresì, alla tutela penale, sia in ambito sostantivo che processuale.

Successivamente, al capitolo III, si affronta l’esame della normativa italiana sulla privacy; l’origine del diritto, le varie posizioni della Corte Costituzionale, l’evoluzione dal diritto alla riservatezza al diritto al trattamento dei dati personali, il diritto all’identità personale, la protezione dei dati  di interesse  religioso, la tutela dei dati personali nel contesto europeo.

 



1 Cfr. J. T. MARTIN DE AGAR, recensione di R. PALOMBINO, Derecho a la intimidad y religion. La proteccion juridica del secreto religioso, in «Ius Ecclesiae» 12 (2000), p. 546.
2 Cfr. R. PALOMBINO, Derecho a la intimidad y religion. La proteccion juridica del secreto religioso, Granada 1999, p. 56.
3 Cfr. S. RODOTÀ, Tecnologie e diritti, Bologna 1995, p. 104
4 G. FELICIANI, Il popolo di Dio, Bologna 1997, p. 43.
 

                                         CopertinaVecchior2                                                                                        

 

 

 

 

 

L'arte di insegnare

 Questioni di didattica generale

 

 

di Angelo Vecchio Ruggeri

 

 

 

Introduzione

Ho sentito dire che la scuola deve formare l'uomo
moderno; io non so cosa sia quest'uomo moderno.
La scuola deve formare l'uomo capace di guardare
dentro di sé e attorno a sé; a formare l'uomo moderno
provvederanno i tempi in cui egli è nato.
Ogni uomo è moderno nell'epoca in cui vive.
CONCETTO MARCHESI

 

 

 

L’idea di sviluppare alcune  considerazioni  sul  modo  di  fare scuola, sul modo di divenire efficacemente operativi, sulle tecniche  da  utilizzare,  mi  si  è  imposta  dopo  quasi  un  trentennio  di presidenza attuata in diverse scuole secondarie superiori.

 

 

Ho rilevato, negli anni, e ne ho avuto sovente conferma, che deve ritenersi fondamentale l’insostituibilità del docente perché sia perseguito lo scopo peculiare della scuola, ovvero la formazione critica degli studenti. Insostituibilità che è legata alla capacità che il docente ha di saper costruire il rapporto con i suoi allievi correlandolo costantemente con la realtà storica, antropologica e culturale in cui opera. Insostituibilità che discende dal modo in cui il docente interpreta ed attua il suo ruolo di facilitatore della conoscenza e di costruttore dei percorsi di formazione. Insostituibilità che è fortemente allacciata alla dimensione psicoaffettiva, ovvero al sapersi porre in relazione con gli interessi ma anche con le aggrovigliate, talora, ma sempre aperte condizioni psicologiche dei giovani studenti.

Insostituibilità, in sostanza, nel fare didattica.

In tutti questi anni ho capito che quel che può avere valore e divenire utile condizione trasformativa dell’essere e del dover essere di uno studente, è la didattica, è l’intero processo di educazione e di formazione culturale, etica e tecnica dei ragazzi che sipongono in attesa di ricevere dalla scuola il necessario per dare senso al loro divenire.

Quale idea portante è presente in questo lavoro?

  La funzione della scuola, si sa, non consente, oggi meno che mai, di tralasciare  le  condizioni,  le  attuazioni  e  tutte  quelle  esperienze  che siano d’ausilio al perseguimento dei fini istituzionali. La motivazione ad apprendere, a costruire il sapere personale, a consolidare le conoscenze acquisite per farle divenire strumento critico di  interpretazione  e  di  valutazione  della  realtà,  oscilla  tra  sfera cognitiva  e  sfera  emotiva.  Cosicché, coniugare il percorso di insegnamento con i percorsi di apprendimento degli studenti è quanto mai necessario e costituisce la condizione più attuale ed impellente. E, dunque, è quanto mai necessario che ci si affidi alla didattica, si possegga la didattica per poter svolgere convenevolmente l’opera formativa. È su questa idea che poggia il saggio.

 Le mie riflessioni sull’importante tema della didattica generale scaturiscono anche dalle lezioni tenute all’ISSR (Istituto Superiore di Scienze Religiose) nell’anno accademico 2009/10, e sebbene rivedute ed integrate, risentono ovviamente del limite di una esposizione prodotta nel contesto di lezioni frontali e di un programma di lavoro funzionale ai discenti, in quel momento e per quella predeterminata finalità. Le tematiche verranno distribuite in capitoletti, ognuno a se stante per struttura  e  suggerimenti  operativi.  Ogni argomento sarà trattato avendo ben  presente che la piena operatività, costruita su percorsi mono e pluridisciplinari,  può  avvenire  nella scuola dell’autonomia, essendo l’autonomia la strada maestra per espletare al meglio il lavoro del docente, con convincente perseguibilità di risultati.

In questa nota introduttiva vorrei riprendere il pensiero di Piero Calamandrei, grande giurista e costituzionalista che, pur non essendo un pedagogista né un esperto  di  questioni  scolastiche, viene spesso richiamato per certificare il rapporto stretto che vi è tra scuola e società democratica, tra scuola e Costituzione.

Nel discorso pronunciato al 3° Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale, nel febbraio del 1950, così si esprime Calamandrei:

 “La scuola è organo centrale della democrazia perché serve a risolvere il problema centrale della democrazia: ovvero, la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di  democrazia  la  classe  dirigente  deve  essere  aperta  e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società”(1).

 In questa ottica si pone pure la riflessione sul tema della funzione della scuola e, in essa, l’opera del docente e l’accorto uso degli strumenti necessari perché la sua opera abbia successo e risulti funzionale per la formazione del giovane ed utile e congrua per i destini della società. Specie considerando l’attuale frangente storico, convulso e connotato da imponenti condizioni trasformative.

Ecco: la nostra scuola ha la necessità, ancora oggi, di divenire fonte di garanzia  affinché  tutti  conseguano  il  successo  formativo, ed ai migliori sia data la possibilità di giungere a traguardi esaltanti. Negli anni recenti si sono affrontati molti problemi legati alla riforma del sistema di istruzione di formazione.

Ciò costituisce la prova della rilevanza del sistema scolastico nell’organizzazione della società. Tuttavia, qualora le modificazioni o gli interventi di struttura sono dettati, prevalentemente, dalle soverchianti esigenze economiche, diviene problematico che la società e il sistema scuola se ne possano avvantaggiare.

È difficile che interventi riconducibili a fattori di calcolo economico possano consentire la produzione di benefici autenticamente innovativi, e in ogni caso, tali da favorire l’azione didattica del docente.

Mi auguro che questo lavoro possa offrirsi come contributo utile per far riguadagnare ai docenti quella fiducia in se stessi, e quella indispensabile  motivazione  professionale, con cui fornire ai propri allievi convincenti modelli educativi e prospettive solide, per una formazione che dovrà dipanarsi lungo l’arco dell’intera esistenza.

 

                                                                                                                                     A. Vecchio Ruggeri

Reggio Calabria, ottobre 2010

1 P. Calamandrei, Per la Scuola, Ed. Sellerio, Palermo, 2008 p. 85.